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mercoledì 5 settembre 2012

La montagna incantata

Due estati

Quando inizio una lettura, la finisco

Faticosa, a tratti difficile, a tratti anche noiosa

Il finale però ripaga ampiamente 

E tale finale riporto perchè anche solo una persona in più possa accedervi




"Dove siamo? Che è questo? Dove ci ha sbalestrati il sogno? Penombra, pioggia e fango, rossi bagliori d'incendio nel cielo bigio, che rimbomba senza posa di tuoni e boati, empiendo l'aria umida, lacerata da sibilanti ronzii, dall'arrivo di furiosi latrati da cane infernale, che terminano il loro percorso fra schegge, spruzzi, schianti e fiammate, da gemiti e gridi, da squilli d'una tromba che sta per scoppiare, da rulli d'un tamburo che spinge, spinge alla fretta...
Ecco un bosco dal quale si riversano frottè grigie che corrono, cadono, saltano.
Ecco una catena di colli che si allunga davanti al lontano incendio, la cui bragia si condensa ogni tanto in vampe lingueggianti.
Intorno a noi si stendono i campi ondulati, sconvolti, sterrati. Una strada maestra li attraversa fangosa, coperta di rami spezzati, simile al bosco; una viottola di campagna, solcata, senza fondo, porta ad arco fino ai colli, tronchi si ergono nella pioggia, umidi, scamozzati...
Qui c'è un cartello indicatore,... inutile interrogarlo; l'aria quasi buia lo nasconderebbe, anche se un colpo non l'avesse sbrandellato a frastagli.
Oriente o Occidente? E' la pianura, è la guerra.
E noi siamo timide ombre lungo la via, vergognose nell'ombra, al sicuro, senza nessuna voglia di vanterie e spacconate, condotti qua dallo spirito del racconto per cercare tra i grigi camerati che escono a frotte dal bosco, correndo, cadendo, incalzati dal rullo del tamburo, uno che conosciamo, il compagno di viaggio di tanti annetti, il bonario peccatore, del quale tante volte abbiamo udito la voce, e guardarlo ancora una volta nel viso schietto, prima di perderlo di vista.
Li hanno fatti venire, i camerati, per dare l'ultima spinta al combattimento che è già durato l'intera
giornata e ha lo scopo di riconquistare quelle posizioni sui colli e, dietro, i villaggi in fiamme, perduti due giorni sono.
E' un reggimento di volontari, sangue giovane, studenti la maggior parte, da poco tempo al campo.
Ricevuto l'allarme durante la notte, hanno viaggiato in treno fino al mattino e marciato sotto la pioggia fino al pomeriggio per strade cattive,... senza strade, perché le vie erano intasate, e si dovette prendere per campi e acquitrini, sette lunghe ore, con la mantella imbevuta d'acqua, con lo zaino affardellato, e non è stata una passeggiata di diporto; non volendo perdere gli stivali, bisognava chinarsi quasi a ogni passo, infilare il dito nel cignolo e ritirare cosí il piede dal terreno ammollato.
Cosí ci hanno messo un'ora per attraversare un praticello.
Ora sono arrivati, il sangue giovane ha sopportato tutte le fatiche, il corpo eccitato e oramai sfinito, ma teso e sostenuto dalle piú profonde riserve di vita, non reclama il sonno negato, né il cibo.
Il viso bagnato, lordo di fango, incorniciato dal soggolo, arde sotto l'elmo rivestito di grigio, spostato da una parte.
Arde per lo sforzo e per lo spettacolo delle perdite subite nell'attraversare i pantani del bosco.
Il nemico infatti, sapendo della loro avanzata, ha diretto sulla loro strada un fuoco d'interdizione di
shrapnell e granate di grosso calibro che ha già colpito il gruppo scheggiando il bosco e ora frusta ululando e spruzzando e incendiando l'ampia distesa dei campi arati.
Devono passare, i tremila ragazzi febbricitanti, sono di rinforzo, con le loro baionette devono decidere le sorti dell'assalto alle trincee davanti e dietro la linea dei colli e ai villaggi in fiamme, appoggiare l'avanzata fino a un determinato punto, indicato nell'ordine che il loro comandante tiene in tasca.
Sono tremila, affinché rimangano in duemila quando saranno presso i colli e i villaggi; questo è il
significato del loro numero.
Essi sono un corpo predisposto, anche dopo gravi perdite, ad agire e vincere e a poter salutare la vittoria ancora con un urrà di migliaia di voci,... senza tener conto di quelli che si sono appartati cadendo.
Parecchi si sono già separati, sono caduti durante la marcia forzata, per la quale si sono dimostrati troppo giovani e fragili.
Si fecero sempre piú pallidi, barcollanti, vollero fare ancora uno sforzo ostinato, ma finirono col restare indietro.
Si trascinarono ancora un tratto a fianco della colonna in marcia e, sorpassati da una squadra dopo l'altra, scomparvero dove non era bello giacere.
Poi era giunto il bosco straziato.
Ma i giovani che sbucano in ordine sparso sono ancora numerosi; tremila possono reggere a un salasso e ciò nonostante rimangono un'unità formicolante.
Già allagano la nostra zona molle e battuta, la strada, la viottola di campagna, i campi limacciosi; noi ombre vigili, al margine, siamo in mezzo a loro.
Sul limitare del bosco si continua a inastare la baionetta, con maneggio addestrato, la tromba chiama d'urgenza, il tamburo rulla entro il piú profondo rotolio dei tuoni, ed essi avanzano a precipizio, come vien viene, con grida scomposte, coi piedi pesanti come in un sogno tormentoso, perché le zolle del campo si attaccano plumbee ai goffi stivali.
Si buttano a terra all'urlo dei proiettili in arrivo, per poi rialzarsi e correre avanti, con esclamazioni di giovanile coraggio, perché non sono stati colpiti.
Vengono colpiti, cadono agitando le braccia, con uno sparo in fronte, nel cuore, nelle viscere.
Giacciono col viso nel fango, non si muovono piú.
Giacciono, la schiena sollevata dallo zaino, la nuca affondata nel terreno, e adunghiano l'aria.
Ma il bosco ne manda degli altri che si buttano a terra e saltano e, muti o urlanti, procedono incespicando tra i caduti.
Oh, quei giovani con zaino e baionetta, con mantella e stivali insudiciati! Alla maniera beatamente
umanistica potremmo osservarli sognando anche altre visioni.
Potremmo figurarceli nell'atto di guazzare cavalli alla cavezza in una insenatura marina, di passeggiare con l'innamorata lungo la spiaggia, con le labbra all'orecchio della tenera sposa, o anche nel felice e amichevole compito d'insegnarsi a vicenda a tirare con l'arco.
Invece giacciono qui col naso nel fango.
Che lo facciano con gioia, sia pure in angosce infinite e nell'inenarrabile nostalgia della mamma, è un'altra questione, sublime e umiliante, e non dovrebbe essere motivo di portarli a questo sbaraglio.
Ed ecco il nostro conoscente, ecco Hans Castorp! Già da lontano lo abbiamo riconosciuto dalla barbetta che si è lasciato crescere alla tavola dei "russi incolti".
E' tutto bagnato e arde, come tutti.
Corre coi piedi appesantiti dalle zolle, bilanciando il fucile nella mano abbassata.
Ecco, calpesta la mano di un camerata caduto, con lo stivale chiodato preme quella mano dentro al terreno pantanoso, coperto di rami scheggiati.
Ciò nonostante è lui.
Canta persino! Come nell'eccitazione intontita, senza pensiero, si canta a fior di labbra senza saperlo, cosí egli usa il respiro strapazzato per cantare tra sé, a mezza voce: Ich schnitt in seine Rinde so manches liebe Wort...
Cade.
No, si è buttato ventre a terra, perché un cane infernale arriva ululando, una grossa granata dirompente, un ributtante pan di zucchero dell'abisso.
Giace con la faccia nel fango freddo, le gambe divaricate, i piedi distorti, coi tacchi all'ingiú.
Il prodotto d'una scienza abbrutita, carico del peggio, affonda nel terreno a trenta passi di fianco a lui come il diavolo in persona, ed esplode laggiú con orrenda strapotenza, sollevando nell'aria una fontana, alta come una casa, di terriccio, fuoco, ferro, piombo, e brani di carne umana.
Là infatti stavano coricati due amici, si erano buttati giú insieme nel pericolo: ora sono mischiati e
scomparsi.
Oh vergogna della nostra sicurezza nell'ombra! Via, via! Questo non lo vogliamo narrare! E' stato colpito il nostro conoscente? Un istante ha creduto di esserlo.
Una grossa zolla l'ha preso allo stinco, gli ha fatto male, sí, ma è roba da ridere.
Egli si rialza, prosegue barcollando, zoppiconi, coi piedi pesanti di terra, cantando incosciente: Und seine Zweige rauschten, Als riefen sie mir zu...
E cosí nel trambusto, nella pioggia, nel crepuscolo, lo perdiamo di vista.
Addio, Hans Castorp, schietto pupillo deUa vita! La tua storia è terminata.
L'abbiamo narrata sino alla fine; non fu né divertente né noiosa, fu una storia ermetica.
L'abbiamo raccontata per se stessa, non per amor tuo, poiché tu eri semplice.
Ma in fin dei conti era la storia tua; siccome è toccata a te, devi aver avuto una certa accortezza, e noi non neghiamo la simpatia pedagogica che ci prese nel narrarla e potrebbe anche indurci a passare delicatamente un polpastrello sull'angolo d'un occhio al pensiero che non ti vedremo e non ti ascolteremo in avvenire.
Addio,... sia che tu sopravviva o muoia! Le tue probabili sorti sono brutte; la mala danza nella quale sei trascinato durerà ancora qualche anno, e noi non ci sentiamo di scommettere forte che ne uscirai salvo.
Francamente non ci preoccupiamo gran che se la questione rimane aperta.
Avventure della carne e dello spirito che hanno potenziato la tua semplicita, ti hanno permesso di
superare nello spirito ciò che difficilmente potrai sopravvivere nella carne.
Ci sono stati momenti in cui nei sogni che governavi sorse per te, dalla morte e dalla lussuria del corpo, un sogno d'amore.
Chi sa se anche da questa mondiale sagra della morte, anche dalla febbre maligna che incendia
tutt'intorno il cielo piovoso di questa sera, sorgerà un giorno l'amore?"

mercoledì 1 agosto 2012

Incontro


La pedalata lenta sulla pista ciclabile di una strada ancora chiusa al traffico,

Realizzata tra un labirinto di altre strade

Interrotta ad un incrocio che prosegue diritto tra ville simil patronali appena costruite

Lasciata un po’ allo stato brado fino a stamane

Probabilmente c’era il timore che la vegetazione si riprendesse i suoi spazi

Così, di buon mattino, almeno tre operai hanno cominciato a pulire lo spartitraffico per far riemergere i cespugli ornamentali

Anche tutte le erbacce del ciglio rese rigide e taglienti dalla siccità sono state ridotte a moncherini



Pedalo lenta sul far della sera

Appare

Enorme e nera

Attorcigliata su se stessa quasi stesse riposando

Vittima della frenesia di pulizia

Non è una posa naturale

O meglio, sarebbe naturale fosse viva

Penso l’abbiano sistemata così gli operai per un discutibile senso dell’umorismo

Mi avvicino

Il ciclo si sta chiudendo; formiche e vespe la stanno divorando 

Sporge un ossicino ma senza guanti preferisco non toccarla

Il corpo massiccio la rendeva potente

La sua potenza è divorata

Troppo scontato pensare ai potenti del mondo





sabato 14 luglio 2012

Solferino


Parcheggio vicino al cimitero.
La targa ti riporta al 1859, all'assalto degli asserragliati tra le tombe

Le tredici di un tredici luglio assolato
Solo le cicale, cicale assordanti

Cammino e arrivo alla Rocca
Altra targa, targhe ovunque






Anche il monumento alla Croce Rossa, croce, mezzaluna, rombo
Si parla tanto della precarietà dei giovani d'oggi
Chissà quale era il futuro dei giovani, degli adulti, dei bimbi durante le guerre di Indipendenza

Dal colle si osserva la pianura
E' verde adesso la pianura

La salita all'ossario
Un cartello riporta le pene per chi sottrae le ossa
Entro e capisco il cartello


Teschi alternati a ossi sacri quasi a creare una decorazione con pilastri costituiti da femori
Tale orrore può evitare una guerra?
Le guerre sono continuate


I massacri sono continuati
Le morti inutili sono continuate

Il ricamo sul paramento dell'altare







venerdì 15 giugno 2012

Giardini Montanelli

Un tardo pomeriggio di giugno.
Entro da Corso Venezia.
Il Museo di Storia Naturale è ancora aperto, ancora per venti minuti.
Salgo lo scalone, giro per le sale.
Il paragone con quello di Bergamo è impietoso.
Esco.
Persone sedute sulle panchine, persone che corrono e a me sembra un po' ridicolo si fermino a tratti, controllino gli strani bracciali, si flettano, ripartano.
Bambini che affollano le giostrine, che corrono, che giocano
Coppie abbracciate incuranti del mondo
Qualcuno legge, tanti chiacchierano tra loro.
Mi avvicino ai monumenti che incontro, ne leggo le targhe


Cartelli scrostati indicano le specie arboree più significative
Alte rocce assemblate a ricreare paesaggi costeggiano i viali

Scuro e silenzioso, un laghetto ospita numerosi pesci grigi, ne esce un ruscello, piuttosto putrido e stagnante, che poi si perde



Mi sembra un giardino triste, tanto triste

lunedì 7 maggio 2012

Frammenti


21 Aprile: la partenza verso la Sicilia. 
Da mesi le tre classi coinvolte hanno approfondito il tema della legalità con letture, interventi, film.
E' arrivato il momento del viaggio sul territorio
Tema: Il G(i)usto del viaggiare. Palermo, miseria e nobiltà
La mia classe probabilmente è già arrivata quando in aeroporto distribuisco i biglietti al gruppo di alunni di seconda che mi sono affidati: è stato impossibile per l'andata tenerli tutti uniti
La visita si srotola tra tappe turistiche obbligatorie (Palazzo Reale, Cattedrale,  San Giovanni degli Eremiti, Monreale, Museo della Zisa, Cefalù), tappe turistiche meno obbligatorie (Mercato Ballarò e altri mercati rionali, Portella della Ginestra, Corleone), turni di sorveglianza notturni (ma ad onor del vero a carico delle colleghe volontarie) e serate riempitive per evitare un soggiorno troppo prolungato in hotel.
Rientriamo la notte del 24


Come scegliere tra tutto quanto rimane?


I campi rossi di Sulla, il vento che soffia freddo a Portella quasi a partecipare allo scenario di strage, le distese di acqua osservate dall'alto scendendo verso Piana degli Albanesi, il silenzio per la strada in salita di Corleone, le piante gigantesche, le stesse piante che pure sono da noi ma in formato esagerato

Il caos di una città fracassona, le auto con le radio a tutto volume, i ragazzini spericolati su motorette sfreccianti in mezzo alle bancarelle, le carcasse di animali appese, i muri scrostati di palazzi quasi sventrati, la sagoma di una nave da crociera che scorre quasi a riva, gli alberi di Falcone e Borsellino


L'azzurro di un mare nel quale gli alunni sconsiderati non esitano a tuffarsi sotto gli occhi divertiti degli abitanti che commentano "Sono del Nord" esattamente come noi commentiamo sulla riviera romagnola "Sono tedeschi", le chiese austere e le chiese piene di orpelli



Non mi piace quanto raccontano i mediatori culturali di Libera, le interpretazioni che forniscono ai ragazzi, la lettura della storia siciliana




Per fortuna il magistrato che ci incontra nella piazzetta sul retro del tribunale di Palermo trasmette un messaggio forte e chiaro:
 "Sono gli uomini che compiono azioni buone o azioni malvage, a tutti i livelli, dentro e fuori dalle istituzioni.
 Essi saranno chiamati a risponderne in prima persona. 
Non confondete le istituzioni con le eventuali mele marce che vi si possono trovare"




lunedì 19 marzo 2012

Grigio

L'aria gelata spinge sulla campagna circostante la nebbia verso di me.
Avanza rotolando su se stessa e inesorabile inghiotte l'orizzonte, le case, gli alberi via via più vicini
Nel giardino, a casa,  è già tutto fiorito, le annuali, l'albicocco, il pruno e persino il pesco.

Qui i boccioli della magnolia non osano affrontare il mondo, almeno non ancora e i petali cercano riparo accatastati uno sull'altro


Cammino sulla battigia di una spiaggia quasi deserta.
Rumoroso il mare avanza come la nebbia, il grigio si rompe nei frangenti bianchi, poi l' acqua arretra.
Incurante del salire del mare e del mio arrivo,  un gabbiano rovista col becco tra la sabbia, un po' saltella, poi solleva le zampe e si fa trascinare avanti e indietro, cullato dalle onde

Le protezioni messe per salvare la spiaggia dall'azione erosiva violenta del mare invernale richiamano le distese dei cimiteri militari


Nel grigiore diffuso che mi circonda infatti più che in marzo sembra essere a novembre

domenica 4 marzo 2012

Castel del Monte

Freddo e vento.
In cima alla collina non c'è nulla che possa servire da riparo.
La ragazza che controlla l'entrata, stacca i due biglietti. 
La cassetta è vuota, non tiene soldi di scorta e nessuno ci ha preceduto. Appena pagato richiude lo sportello per starsene tranquilla nel suo bugigattolo
Nella prima sala mi fermo un poco a leggere i tabelloni, la complicatissima genealogia di Federico II.


Salgo le scale e una dopo l'altra attraverso le sale. Dalle finestre lontanissima la pianura.
Immagino il freddo invernale. I camini, o quel che di essi rimane, si slanciano verso l'alto ma mi sembrano troppo piccoli per riscaldare adeguatamente
Gioco a fare il soldato di guardia nelle nichie poste ai lati della porta finestra da cui si accede su un balconcino
Del tutto impreparata sia dal punto di vista artistico sia dal punto di vista storico lascio sfumare e perdersi nel nulla tutti i segnali che le fredde pietre mandano.

Rientrata cerco un po' di notizie.


Mi arrabbio con me stessa per non averle cercate prima ed essere passata in quel luogo senza la minima consapevolezza
Semmai ritornassi in Puglia è obbligatorio rifaccia la visita


venerdì 24 febbraio 2012

Deserto

Sicuramente non è stagione turistica
Probabilmente ha contribuito anche la pioggia quasi continua e a volte sferzante
Quel che più colpisce della mia trasferta in Puglia, da Barletta a Leuca, da Leuca a Manduria, da Manduria a Gravina e da Gravina a Bari, per un totale di milleduecento chilometri percorsi in poco più di tre giornate, è il silenzio del deserto incontrato.
Silenzio interrotto dal brontolio del mare, dal fiato del vento, dallo scroscio della pioggia.
Attraverso paesi costieri che sembrano villaggi abbandonati. Solo qua e là capita di vedere un'automobile, operai che sistemano le abitazioni estive.
Osservo il paesaggio circostante: una distesa di pietre bianche, qualche ciuffo d'erba, pochissimi gli alberi.
Penso a quanto sia difficile per i clandestini che regolarmente approdano trovare un nascondiglio, a quanto sia facile individuarli dall'alto sulla pianura di Otranto così spoglia


Piazze completamente vuote e non importa che siano la piazza davanti al santuario di S. Maria di Leuca in pieno giorno o la piazza della Cattedrale a Lecce verso sera.


Vuoti i sotterranei del castello di Barletta
Abituata al frastuono settentrionale sembra di trovarsi in un'atmosfera sospesa.
Trasportata da una capsula del tempo trovo il silenzio del dolmen più antico d'Italia, le buche scavate nella roccia dell'insediamento di Gravina, i bassi muretti che delimitano la cittadella che sovrasta Canne.
Guardo la distesa e sembra di vedere Cartaginesi e Romani massacrarsi inutilmente
Mi chiedo perchè ciascuno non se ne sia stato a casa propria, perchè venire a morire lì davanti
Nessuna risposta.
















Le gazze mi guardano passare, i falchetti e altri rapaci più grandi non meglio identificati si staccano dai pali si ti fermi per fotografarli , si lasciano trascinare in alto dal vento.
Rilievi sventrati, cave aperte, massi ovunque.
Gironzolo per Castel del Monte: sale completamente spoglie, nessun visitatore.
All'uscita uno dei numerosi cani randagi si avvicina. Divora ancora sollevato da terra nel balzo il frammento di cibo che ho lanciato. Ne accorrono altri, nessuno ha l'aspetto minaccioso
Decide e decine di piante di ulivo su terreni fertili o con le radici infilate nei sassi colorano di un verde un po' cupo l'orizzonte
Fondali incrostati nel silenzio delle saline






Ti circonda il nulla eppure questa visita di febbraio ha una ricchezza che straripa

mercoledì 4 gennaio 2012

Ulisse

Trieste
Ho attraversata tutta la città.
Poi ho salita un'erta,
popolosa in principio, in là deserta,
chiusa da un muricciolo:
un cantuccio in cui solo
siedo; e mi pare che dove esso termina
termini la città.
 
Trieste ha una scontrosa
grazia. Se piace,
è come un ragazzaccio aspro e vorace,
con gli occhi azzurri e mani troppo grandi
per regalare un fiore;
come un amore
con gelosia.
Da quest'erta ogni chiesa, ogni sua via
scopro, se mena all'ingombrata spiaggia,
o alla collina cui, sulla sassosa
cima, una casa, l'ultima, s'aggrappa.
 
Intorno
circola ad ogni cosa
un'aria strana, un'aria tormentosa,
l'aria natia.
La mia città che in ogni parte è viva,
ha il cantuccio a me fatto, alla mia vita
pensosa e schiva.
 
U. Saba
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
I colori della sera
 
Immenso si stende il mare
 
E capisco gli antichi marinai
Come trasportata verso il largo
Alla ricera delle colonne d'Ercole
 
 
Allora guarderai e sarai raggiante, 
il tuo cuore palpiterà e si dilaterà
perché l'abbondanza del mare confluirà a te, 
la ricchezza delle nazioni verrà a te.
Isaia 60

Natività

Trenta metri verso il cielo, un diametro di due metri e trenta.
Una tromba d'aria
Dal ceppo secolare di un cedro divelto il presepe friulano
"O soi a pene nassut, o cressarai cun voaltris"
"Sono appena nato, crescerò con voi"
Bimbo e Friuli



Diciotto anni fa
Dal ceppo secolare di un cedro divelto "Dal profondo a te grido Signore"
Inno friulano alla nascita dopo il terremoto


Scoprire Franco Maschio nei grigi soffusi di un'Udine di gennaio

martedì 3 gennaio 2012

Grotte

Capita se ci si trova nella stessa stanza che spezzoni di film datati ti giungano all'orecchio e per quanto cerchi di concentrarti sul tuo lavoro la mente segua la trama pur non vedendo le immagini

Così seguo le avventure dell'improbabile dott. Who, i suoi viaggi nel tempo più o meno strampalati
Autostrade su diversi piani, gallerie intasate d'auto
Anni che scorrono, racchiusi nelle vetture per un viaggio senza fine




A questo penso mentre attraversiamo sul far della sera la galleria Montebello a Trieste: ottocento metri asfittici
Pare lunghissima
L'ampio marciapiede permette la passeggiata senza il rischio di venir travolti dalle auto
Mescolanza di fracassi: le auto che sfrecciato, gli autobus, le moto e su tutto il cupo rumore dei ventilatori, continuo, un sottofondo assordante
Le pareti nere trasudano gocce d'acqua
Talmente neri i cartelli stradali da essere completamente inutili
Dove l'acqua si raccoglie in piccoli rivoli strisce di bianco, macchie bianche qua e là
Il pantano per terra da guadare è il prezzo da pagare per quelle strisce di luce


Altra grotta, altro film che riemerge dai ricordi
Viaggio al centro della Terra
Scendiamo i cinquecento gradini che portano sul fondo della Grotta Gigante
Temperatura più bassa, solita acqua che gocciola
Macchie arancioni e vicino alle lampade felci che hanno il coraggio di crescere
Due enormi tubi di plastica dalla volta scendono per più di cento metri a proteggere i cavi del pendolo geodetico, sarcofagi che contengono sismografi
Dal fondo guardo il canalone scavato dal fiume, guardo la passerella che dovrò raggiungere con la risalita
E si riparte
Incomprensibile la necessità di percorrere il tratto come si fosse inseguiti da belve inferocite
A tratti sento le palpitazioni cardiache, il sudore che si rapprende gelato sulla pelle
Eppure riemergo alla luce e non sono nemmeno l'ultima



Lapidi

Un silenzio assoluto

Non ricordo quando ancora possa essere successo

Pietrisco di calcare smosso solo se cammini

Allora stai fermo per ritrovare il silenzio

Tre lapidi al muro






Vociare di turisti

Eppure lo stesso silenzio

Fumo immobile

Altre lapidi al muro



E ti chiedi come sia possibile

giovedì 29 dicembre 2011

Correzioni

Piano piano i fogli con le ultime verifiche del trimestre scorrono tra le dita.

Un lavoro che avrebbe potuto esser sbrigato in tempi molto più rapidi

Lo sguardo vaga oltre i vetri della finestra

La mente vaga ancor di più

Osservo gli occhi a spillo del pettirosso che saltella da un ramo di rosa all'altro

Il colore rosso-aranciato delle sue piume, il colore rosso dei segni tracciati sui fogli
Inedia che assale



sabato 27 agosto 2011

Letture IV

Leggo che il nonno di Kafka faceva il macellaio
Ecco
Così recupero nella mente un post di tre anni fa

"Nello scrivere Colonia Penale si sarà ispirato al lavoro del nonno"


Mio figlio mi guarda scettico
"Riconoscerai che è plausibile.."
"Non è plausibile per nulla. Non puoi continuare a ritenere che i tuoi percorsi mentali siano necessariamente quelli degli altri"
Magari avrà anche ragione, ma per me resta plausibile, plausibilissimo