venerdì 18 novembre 2011
Serra
giovedì 27 ottobre 2011
Ginko
venerdì 22 luglio 2011
Mirabilis
Si osservi bene: abbiamo un oggetto illuminato (il campo, pieno di fiori di Crocifere) ed una sorgente (il cielo: non vi sono lampioni).
Ebbene, un oggetto illuminato non può essere più luminoso della sorgente che lo illumina.
Eppure, i fiori appaiono più brillanti del cielo.
Questo perchè il cielo nuvoloso irradia fortemente nell’UV, e sarebbe quindi più luminoso del terreno.
Però il nostro occhio non è sensibile all’UV e ci fa vedere il cielo scuro.
Invece i fiori, che contengono abbondanti pigmenti gialli, sono fluorescenti, e trasformano una parte dell’irraggiamento UV in luce “visibile”.
Per questo essi ci appaiono più luminosi del cielo, ma ciò è vero solo nello spettro ottico.
sabato 16 luglio 2011
Inferno-Paradiso
Dall'Amico di oggi
giovedì 13 gennaio 2011
Gelsomino
Anche quest'anno
Nonostante nessuna cura e l'oblio della sua proprietaria (che a onor del vero si accorge dello stato del suo giardino solo quando ormai le piante sono moribonde)
E' passata solo la metà dell'inverno e altro freddo ci aspetta
Però il suo giallo ci dice che sarà ancora primavera
venerdì 11 giugno 2010
Curò I
sabato 1 maggio 2010
Mughetto

La tradizione di regalare mughetti il primo maggio è molto antica
Il primo maggio del 1561, Carlo IX introdusse la tradizione d' offrire un rametto di mughetto come amuleto di porta fortuna.
All' inzio del ventesimo secolo, in Francia e in particolare, nell'Ile de France, era consueto andare nei boschi per prendere un mughetto che poteva essere venduto nelle strade senza dover pagare tasse. Era un costume pagano di celebrare l'arrivo della primavera ed era consueto offrire tre rami di mughetto agli amati e a dei colleghi di lavoro come un segno d' amicizia.
Il mughetto simbolizza il ritorno della felicita'.
E' un messaggio d'amore perche' fiorisce all'inizio della primavera e l'atto di cercarlo nelle foreste ombreggiate e' un'opportunita' per le prime passeggiate dell'anno nelle foreste.
I Romani lo dedicarono a Mercurio, pensando che il suo inebriante profumo potesse avere il potere di rinforzare il cervello e acuire la memoria.
Nelle valli bresciane si racconta che, in un giorno di allegria, le fate del bosco uscirono dalle loro case segrete per dare vita a una bellissima festa fra gli alberi.
Cantarono e danzarono, spensierate e felici; celebrarono riti e godettero di una giornata piena di luce e di profumi.
Ma le fate, prese dal vortice delle danze e dalla frenesia dei canti, avevano abbandonato sull'erba le loro tazze usate per bere a un ruscello.
Le ritrovarono il giorno dopo, all'alba, moltiplicate di numero e nascoste sotto il fogliame. Il loro nume protettore aveva pensato bene di celarle a sguardi indiscreti.
Poiché il prato risultava tutto chiazzato di piccoli calici bianchi, la tradizione popolare fece derivare da quel particolare il nome di "tazzine delle fate", dato ai mughetti.
Belle ma attenzione:
Questa pianta è velenosa in tutte le sue parti, escluso il rizoma. Ingerirne una piccola quantità non provoca danni gravi, ma basta aumentare la quantità per intossicarsi, con sintomi che vanno dalla nausea, vomito, diarrea, dolori addominali, vertigini, spasmi muscolari, depressione cardiaca, aritmie, fino all’infarto.
Può provocare anche irritazioni per contatto.
domenica 11 aprile 2010
Mono e dicotiledoni
mercoledì 7 aprile 2010
sabato 27 marzo 2010
venerdì 5 giugno 2009
mercoledì 13 maggio 2009
Rododendro
sabato 9 maggio 2009
sabato 11 aprile 2009
Il crisantemo

mercoledì 25 febbraio 2009
Crochi


Gironzolo per il giardino: nessun croco sembra voglia bucare la scorza ancora troppo rigida del terreno.
Nell'aiuola sono fiorite le primule e si allungano le foglie dei tulipani, narcisi, giacinti e iris.
Mi manca il gelsomino d'inverno con i suoi fiorellini gialli, distrutto dal temporale che quest'estate ha divelto la rastrelliera sulla quale si intrecciava.
Ma mi mancano anche tutti i crochi e mi assale il dubbio che ormai non spunteranno più.
Come consolazione riporto le leggende che li vedono in qualche modo protagonisti.
Dagli stimmi dei suoi fiori si ricava lo zafferano.
Il nome deriva dal greco krokos (filamento) in riferimento proprio a tali stimmi
Una leggenda narra che lo zafferano fu introdotto per la prima volta, in cucina, nel 1574.
Un pittore della fabbrica del Duomo, aveva un garzone soprannominato "Zafferano" , perché usava mescolare questa polvere ai colori per renderli più vivi. Il maestro, un giorno, lo prese in giro dicendo che avrebbe finito per metterla anche nei cibi.
Zafferano lo prese in parola e durante il matrimonio della figlia di uno "spaccaprè" del Duomo, portò in tavola uno strano risotto giallo che stupì, non solo per il colore inusitato, ma anche per il gradevolissimo sapore.
Così nacque il risotto allo zafferano, meglio conosciuto come "risotto alla milanese".
Secondo la mitologia greco Krokos e Smilax erano due giovani amanti ma lei era di stirpe divina, lui umano. Troppo uniti e innamorati per potersi separare e vivere esistenze su piani diversi chiesero allora agli dei di essere trasformati in fiore per restare sempre vicini. La loro preghiera fu accolta: lei diventò una salsapariglia e lui un croco.
In un'altra versione Krokos parte alla ricerca della ninfa Smilax nelle foreste vicino ad Atene. In un primo periodo di amore idilliaco Smilax è lusingata dalle attenzioni di Krokos, ma presto inizia ad annoiarsi. Krokos continuava a darle attenzioni, fino a perseguitarla, così gli dei nel vedere questo amore tramutare in infelicità, trasformano Krokos in un fiore di zafferano, con tre bellissimi stimmi rossi, simbolo della passione di Krokos per Smilax.
Infine nella tradizione romana il dio Mercurio, che avendo colpito il suo amico Crocus per un errato lancio del disco, volle tingere del suo sangue il fiore della pianta, così che gli uomini, attraverso il colore e attraverso il suo nome ricordassero sempre il suo amico.
Forse perchè è prossima l'ora del pranzo o forse per l'originalità, attribuisco il prem
io al risotto alla milanese.sabato 31 gennaio 2009
Valle del freddo II

La Valle del freddo è chiamata dagli abitanti dei paesi vicini Valle del Diavolo.
Questo nome deriva da una antica leggenda locale secondo la quale Satana, volendo sfidare Dio, lo invitò sulla cima del monte Clemo, monte che sovrasta tutta la vallata.
La posta in gioco era il dominio sulle anime che popolavano i paesi sottostanti.
La sfida consisteva nel lanciare il più lontano possibile i massi rossastri presenti sui pascoli del monte.
Il diavolo lanciò per primo e il suo masso cadde su un colle davanti alla Valle del freddo, si spezzò in quattro, formando una struttura simile ad un dolmen.
Allora lanciò anche Dio e il suo masso finì lontanissimo, al di là della valle, sconfiggendo così ignominiosamente il demonio.
Satana per la collera picchiò con tale forza il tallone sulla roccia che la montagna si spezzò inghiottendolo fino alle viscere dell'inferno.
Da dove il diavolo era stato inghiottito cominciò ad alitare un vento gelido come il respiro del malefico essere.
Osservazioni:
ancora una volta è testimoniata l'acutezza nell'osservare i fenomeni naturali da parte delle popolazioni che ci hanno preceduto.
Infatti pur con la fantasia, in qualche modo è giustificata la presenza sul territorio di massi completamente diversi dal substrato (sono i massi erratici lasciati dallo scioglimento del ghiacciaio) e la presenza di anomale correnti d'aria gelata
Considarere poi questo come una specie di territorio magico e stregato meglio di qualsiasi legge ha salvaguardato le preziose caratteristiche della valletta attraverso i secoli.
Ma nè l'antica fama nè i Decreti Prefettizi emanati negli anni '60 per salvaguardare la flora della valle sono riusciti ad impedire l'apertura di due cave (1953 e 1973) che hanno veramente rischiato di distruggere questo prezioso biotopo.
Fortunatamente nel 1976 la Giunta Regionale della Lombardia ha decretato la definitiva chiusura delle cave e nonostante le varie azioni di ritorsione nel frattempo messe in atto (diserbanti sulla flora microtermica, taglio di alberi e incendi) la Valle oggi è salva
venerdì 30 gennaio 2009
La Valle del freddo


Si avvicina la settimana dell'interscambio per gli studenti di quarta che quest'anno ospiteranno i loro compagni slovacchi.
Ciascuno deve preparare un approfondimento legato al nostro territorio e stamane sono stata interpellata in relazione alla flora bergamasca.
Ottima occasione per riprendere informazioni un poco dimenticate.
Sul nostro territorio è presente la riserva naturale della Valle del Freddo, in alta val Cavallina, che è un esempio quasi unico in Europa di una nicchia ecologia di specie vegetali caratteristiche della flora alpina ad un'altitudine media di 360 m sul livello del mare.
Per il tipo di morfologia dell'area, poco più di 600 metri, il sottosuolo della valle si mantiene gelido e ha permesso a circa trenta specie subnivali di conservarsi fino a noi dall'ultima glaciazione, risalente a circa 15.000 anni fa.
Intorno alle bocche di emissione dell'aria fredda sul fondo della valletta si possono così rinvenire le stelle alpine (Leontopodium alpinum), l'erba dei camosci (Hutchinsia alpina), la Sassifraga di Host (Saxifraga hostii) l'Arabetta alpina (Arabis pumila), la Peverina di Carinzia (Cerastium carinthiacum) e la margherita d'alpe (Aster bellidistrum).
Meno rari i rododendri, il pino mugo e il salice stipolato.
E' veramente un peccato che quando arriveranno gli ospiti la valle sia ancora chiusa ai visitatori e un peccato ancor più grande non poterci andare con le classi (apertura maggio, giugno, luglio)
Però potrei sempre contattare l'associazione Italia Nostra cui è affidata la gestione delle visite o nella peggiore delle ipotesi raccogliere un gruppetto di volontari veramente interessati a fare una gita a luglio

martedì 16 dicembre 2008
Stella di Natale

Penso infatti che non arriverà viva a Natale.
Leggere i consigli relativi alla sua coltivazione ha dell'umoristico, per chi, come me, volendo avere il pollice verde, deve immergerlo in una latta di colore (già che ci siamo immergiamo tutte quante le dita) :
"La Stella di Natale è una pianta fotoperiodica, cioè con induzione a fiore solamente quando si accorciano le giornate.
Per questo motivo è molto importante per chiavesse in casa una stella dell'anno precedente, non tenerla in luoghi dove possa ricevere luce artificiale.
Verso ottobre novembre deve essere riportata in casa, in un ambiente poco luminoso (otto ore max di luce al giorno) proprio al fine di facilitare la crescita di nuove foglie, che assumeranno il caratteristico colore rosso.
Altro piccolo accorgimento per far rifiorire la Stella di Natale è la concimazione.
Infatti quest'essenza predilige concimazioni a base di potassio e fosforo, soprattutto nel periodo autunno-invernale."
lunedì 15 dicembre 2008
Insalata?

Nomenclatura IUPAC e nome comune.
Aldeide Valerianica (n-pentanale), come tanti altri nomi tratti dalla fonte naturale
"Ma è la valeriana, quella che si prende per dormire o la valeriana che si mangia in insalata, o sono la stessa cosa?"
Breve approfondimento: Valeriana officinalis
Proprietà sedative (in nevrosi, isterismo, turbe della menopausa, gastralgie di origine nervosa, anoressia infantile, insonnia nervosa, spasmi della muscolatura liscia, colite spastica, nevrosi cardiaca, ecc...); sedatico del sistema nervoso centrale, diuretico, emmenagogo, analgesico, anestetico, antipiretico, batteriostatico, leggero ipotensivo; epilessia, nevrosi, isterismo, angoscia, eretismo nervoso cerebrale o sensoriale, .
Contenuto naturale: olio essenziale (0,5-1%) (l-piene, l-canfene, l-borneolo esterificato con gli acidi formico, acetico, butirrico, isovalerianico; terpineolo, un sesquiterpene, un alcool, un etere, un ossido del borneolo, altri sesquiterpeni, alcooli, esteri, fenoli, chetoni); alcaloidi, glucosidi; altri: acido isovalerianico, acidi caffeico e clorogenico, lipasi e ossidasi, amido, saccarosio e glucosio, manganese, calcio, potassio.
Individuare quale dei componenti svolga l'azione calmante credo sia piuttosto laborioso
Dall'armadietto dei medicinali alla dispensa in cucina: Valerianella locusta
E' conosciuta anche come songino, soncino, dolcetta, valerianella o insalata valeriana, è una pianta edibile, da insalataFiorisce in primavera con fiori bianchi o azzurri.
Raggiunge 30-40 cm di altezza.
Non richiede grosse cure, predilige terreni soleggiati con un buon drenaggio.
Si pianta in inverno

Proprietà: È ricca di vitamine A e C, per cui risulta utile nell'anemia e nell'arteriosclerosi. Rinforza i vasi capillari agevolando la circolazione sanguigna. Inoltre stimola l'attività di fegato, reni ed intestino.
Quindi pur essendo imparentate non sono la stessa pianta.
Sempre cercando spiegazioni sull'origine dei nomi: sapete cos'è "lo spirito di Venere?"
E' il nome con cui si designava l'acido acetico.
Proprio spiritosi i chimici maschi!
venerdì 5 dicembre 2008
Nelumbo Nucifera
Il Loto ha per gli orientali un forte significato spirituale per via della sua particolarità di affondare le radici nel fango, di distendersi sulla superficie delle acque stagnanti uscendo da esse immacolato e bellissimo: per questo è il simbolo di chi vive nel mondo senza esserne contaminato.
Una delle analogie metafisiche più ricorrenti paragona la perenne crescita del loto al processo evolutivo della coscienza umana, che attraverso il dominio delle passioni giunge alla totale liberazione dello spirito.
Il fango nel quale si sviluppano le radici del loto rappresenta la vita terrena, mentre l'acqua che lo stelo attraversa nel corso della sua crescita simboleggia il mondo astrale. La pianta che raggiunge la superficie dell'acqua e schiude al sole i suoi boccioli rappresenta la vita spirituale.
Sia la religione induista che quella buddista hanno accumulato un patrimonio di incantevoli leggende su questo fiore. Nell’induismo, il loto rappresenta il centro dell'universo.
La leggenda narra che dall'ombelico del dio Vishnu sbocciò un fiore di loto al centro del quale sedeva il dio Brahma. Ciascuna delle divinità della triade Brahmanica, Brahma (il creatore), Vishnu (il protettore) e Shiva (il trasformatore) sono associati a questa pianta.
I semi della varietà Nelumbo Nucifera sono famosi per la loro straordinaria longevità, caratteristica unica tra le piante da fiore, che consente loro di germogliare anche dopo 200 anni.
Per questo motivo il fiore di loto è considerato simbolo di immortalità e di resurrezione in molte culture.
Ogni notte, Ra ritornava al fiore e si lasciava nuovamente avvolgere dai suoi petali. Anche il colore assume diversi significati:
Il loto bianco simboleggia lo stato di assoluta purezza mentale e perfezione spirituale. È il loto del Buddha.
Il loto rosso simboleggia la vera natura del cuore. È il loto dell’amore e della compassione.
Il loto blu è il simbolo della vittoria dello spirito sulle passioni.
Simboleggia inoltre l’intelligenza, la conoscenza e la perfezione della saggezza.
Il loto rosa è il loto supremo, generalmente riservato alle creature divine.
Il loto viola è il loto degli asceti.
Il loto dorato simboleggia il raggiungimento dell’illuminazione.
Il valore simbolico del loto è legato, oltre che alla bellezza dei suoi fiori, anche al profumo dolce, leggermente medicinale, che questi diffondono.
I composti aromatici responsabili del profumo sono contenuti nello stame, ma anche nei petali, in piccole quantità. I componenti aromatici più importanti sono Carioffillene, Pentadecan e 1.4-Metossibenzene che dona la al fiore di loto la caratteristica profumaz
ione. L’ 1.4-Metossibenzene, contenuto anche nel lillà (Syringa vulgaris L.), giacinto (Hyacinthus orientalis), ciliegio (Prunus avium) Menta piperita (Mentha x piperita L.), si trova in piccole quantità anche nel loto asiatico.
Non oblio quindi, nemmeno sulle note di una vecchia canzone dell'equipe 84 (clinica fior di loto)








